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D'Agnelli presenta Vogt: "Attaccante evoluto, ricorda il primo Zapata"

di Redazione TG

Un nuovo ariete per il Toro? In caso di addio del capitano Zapata il club granata ha messo gli occhi su Alessandro Vogt del San Gallo. Un nome poco noto in Italia, ma decisamente interessante come conferma ai nostri microfoni Rino D'Agnelli, direttore sportivo che ha lavorato anche in Svizzera.

Fisico e fiuto del gol, a chi possiamo paragonarlo?

"Vogt è un calciatore svizzero classe 2005, un attaccante moderno che unisce struttura fisica, mobilità e capacità realizzativa.  È un attaccante alto e potente, capace di proteggere palla e giocare spalle alla porta. Ha una buona capacità di assorbire i contrasti grazie ai suoi 88 kg di massa muscolare. Vede la porta, segna sia di piede che di testa. Nonostante la fisicità, è molto mobile: attacca la profondità e si apre spesso sugli esterni per dialogare con i compagni. Tende a muoversi bene tra le linee e a creare spazi per gli inserimenti. Sa giocare di sponda e fa salire la squadra.  Molto bravo anche negli assist. Certamente un attaccante evoluto, giovane ma con grande prospettiva. Per intenderci ricorda in qualche modo Zapata, ma più quello dell'Atalanta.

Con il cambio di modulo la coppia ideale diventa Simeone-Adams?

"Per il 3-5-2 Simeone–Adams è probabilmente la coppia più naturale. Adams è una punta fisica, che attacca la profondità e apre spazi. Simeone è un finalizzatore feroce, attaccante d’area, aggressivo, verticale.  I due hanno movimenti complementari: uno va lungo, l’altro attacca il primo palo o la seconda palla".

Sacrificheresti il capitano Zapata alla luce del recente infortunio?

"Zapata è un grande calciatore ma si avvicina ormai ai 35 anni. Oggi non è più un titolare inamovibile in nessuna squadra di Serie A. È un giocatore che ti dà profondità e fisicità uniche,  ti cambia la partita solo se sta bene, ma non puoi costruire la stagione su di lui o comunque un finale di stagione così difficile dal punto di vista dei risultati. Quindi 'sacrificarlo' nelle gerarchie dopo un infortunio non è solo logico, ma è una cosa sensata. Cederlo subito dopo un infortunio ti porta però zero vantaggi economici, infatti ti espone a offerte al ribasso, ti fa perdere un profilo che, recuperato, può ancora incidere. La mossa più intelligente è aspettare il rientro, valutarlo 3‑4 partite, e poi decidere. Certo è che se hai o se punti su un attaccante giovane o eventualmente un profilo più affidabile fisicamente, è giusto spostare il baricentro del progetto sul nuovo arrivato".

Tu che vivi da vicino la realtà torinese pensi che Petrachi sia l'uomo giusto per rifondare il Toro?

"Da professionista a professionista ritengo Petrachi sia uno dei pochi profili che può davvero rimettere ordine in un Toro che negli ultimi anni ha perso identità tecnica, coerenza e continuità. È un professionista old school, preparato e molto pragmatico. In particolare sa scegliere i giocatori funzionali, sa dare una linea tecnica chiara, ha capacità di scouting, inoltre sa lavorare e convivere con Cairo, il che non è una cosa semplice. Sa riportare disciplina e competitività. Per una rifondazione vera, però, dovrà circondarsi di figure diverse, non le solite che girano da anni e che si riciclano in continuazione. Figure nuove, più moderne, orientate anche all'utilizzo e alla lettura dei dati, alla metodologia e alla riorganizzazione dell'area scouting e allo sviluppo dei giovani. Se lo farà, la 'partita' sarà quasi vinta".


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