ESCLUSIVA TG – Catizone (consigliere Comune TO): “Il Toro ha un brand mondiale e ha bisogno di uno stadio di proprietà e su questo non può esserci immobilismo del Comune”
Fonte: Elena Rossin
Il consigliere del Comune di Torino Giuseppe Catizone è stato intervistato in esclusiva da TorinoGranata.it. Catizone fa parte dell’opposizione ed è vicecapogruppo Lega Salvini Piemonte. Con lui abbiamo parlato della vicenda stadio Grande Torino Olimpico.
Se le dico stadio Grande Torino Olimpico, lei cosa mi dice?
“Dire "Grande Torino" e "Olimpico" nella stessa frase evoca un cortocircuito identitario. Per noi della Lega, quel luogo è un monumento alla memoria, ma oggi è gestito con una burocrazia che ne limita il potenziale. È inaccettabile che una struttura di tale prestigio sia vissuta come un "peso" per le casse comunali o come un affitto precario per la società. Quel prato rappresenta la storia di una Torino che non si arrende, ma la struttura attuale è figlia di compromessi post-olimpici che vanno superati con una visione di lungo periodo”.
Premesso che il sindaco Lo Russo e l’assessore allo sport Carretta devono operare in rispetto delle leggi vigenti e senza anche solo indirettamente favorire chicchessia, come possono agire per sbloccare la questione?
“Il rispetto della legalità è la precondizione, ma la politica non può nascondersi dietro ai regolamenti per giustificare l'immobilismo. Per sbloccare la situazione l'Amministrazione deve smetterla di fare il "passacarte" e deve: indire un bando pubblico trasparente, per la concessione di lungo periodo (99 anni) o l'alienazione, che includa però vincoli stretti sulla riqualificazione dell'area e sulla conservazione della memoria storica.
Snellire le procedure urbanistiche. Se un investitore (che sia l'attuale proprietà o un terzo) presenta un piano serio per ammodernare l'impianto e renderlo profittevole 7 giorni su 7, il Comune deve garantire tempi certi. La burocrazia non deve essere un alibi per chi non vuole investire.
Valorizzare l'indotto. Trattare lo stadio non come un'isola, ma come il motore di un distretto sportivo e commerciale che porti lavoro e sicurezza nel quartiere Santa Rita”.
Quanto sarebbe importante per la Città di Torino avere anche la squadra granata competitiva a livello internazionale e con uno stadio di proprietà?
“Per Torino sarebbe fondamentale. Una città con due squadre competitive a livello europeo attira turismo, investimenti e sponsorizzazioni.
E importante poi per l’equilibrio cittadino. Una città "monocromatica" dal punto di vista dei successi calcistici è una città più povera. Il Toro ha un brand mondiale legato alla leggenda che va monetizzato a beneficio di tutto il territorio.
Quindi lo stadio di proprietà come asset diventa imprescindibile. Senza stadio di proprietà, oggi nel calcio sei un comprimario. Lo stadio proprio significa fatturato, e il fatturato significa poter comprare giocatori migliori. Come Lega, sosteniamo che l'autonomia finanziaria delle società sportive sia la chiave per non dover sempre chiedere il "piacere" all'amministrazione di turno”.
Cairo ha più volte detto che è disposto a vendere il Torino, ma che finora nessuno ha mai bussato alla sua porta per comprare il club eppure in Italia molte società calcistiche negli ultimi anni hanno cambiato proprietà. Secondo lei, come mai sembra che nessuno sia interessato a un club come il Torino che ha un passato leggendario e che ha fatto la storia del calcio italiano?
“La questione è complessa e va guardata con occhio amministrativo e di mercato. Un freno è la mancanza di infrastrutture proprie. Un investitore straniero (americano o arabo che sia) cerca asset tangibili. Se compri il Toro oggi, compri la storia e il parco giocatori, ma non i muri. Senza lo stadio e senza un centro sportivo d'avanguardia totalmente completato (il Robaldo è un esempio di lungaggini che scoraggiano chiunque e anche il Filadelfia senza il terzo lotto che da statuto deve ospitare il Museo del Toro) l'appeal cala drasticamente.
Poi c’è la questione delle valutazioni divergenti. Spesso c'è un divario tra il valore affettivo/potenziale del club e il prezzo richiesto dalla proprietà, che ha una gestione dei conti molto oculata ma forse poco incline al rischio necessario per il salto di qualità.
Non ultimo l'immobilismo del Comune. Se chi guarda da fuori percepisce che a Torino è difficile costruire o dialogare con l'ente pubblico per via di una politica locale incerta, preferisce investire altrove come accaduto a Bergamo e Udine”.