ESCLUSIVA TG – Cravero: “Entrai al Fila per mano a mio padre a dieci anni e non ne sono mai più uscito”

24.05.2017 07:00 di  Elena Rossin   vedi letture
Fonte: Elena Rossin
ESCLUSIVA TG – Cravero: “Entrai al Fila per mano a mio padre a dieci anni e non ne sono mai più uscito”
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© foto di Federico De Luca

Roberto Cravero è stato intervistato in esclusiva per TorinoGranata.it. Cravero attualmente è un commentatore tecnico delle partite trasmesse da Mediaset Premium. Da calciatore è cresciuto nelle giovanili granata ed è uno dei cosiddetti “figli del Filadelfia”, in seguito ha giocato nella prima squadra del Torino dal 1981 al1983 poi dal 1985 al 1995 e infine dal 1995 al 1998. Terminata la carriera agonistica è stato team manager granata fino al 2000 e direttore sportivo dal 2003 al 2005. Con lui abbiamo parlato del ritorno alla vita dello Stadio Filadelfia, unanimemente considerato la Casa del Toro, che è stato ricostruito dopo la demolizione e che sarà inaugurato ufficialmente domani mattina.

Il Filadelfia torna a esistere, che emozioni prova?

“E’ un’emozione grande e aspetto di viverla. E’ chiaro che non basta, secondo me, che siano tornate a esserci solo le strutture perché bisogna che poco alla volta, ci vorrà del tempo e magari ci arriveremo, si ricrei l’ambiente Filadelfia, quello che era l’anima di questa società. L’ambiente vuol dire il rapporto fra tifosi, giocatori e persone che lavoravano per il Torino e che stavano tutti a contatto. Il Fila non era solo il campo, la tribuna o gli spogliatoi era l’aria che si respirava, i ragazzi delle giovanili che guardavano i più grandi e poi diventati a loro volta i grandi sarebbero stati guardati da un’altra generazione. Il Fila è dove siamo cresciuti noi. Un passo alla volta torna a esserci il Fila, il primo è stato fatto ed è stato un passo molto importante e bisogna fare i complimenti alla Fondazione Stadio Filadelfia per essere riuscita a riportare in vita un monumento storico”.

Il calcio è cambiato, lei ha sottolineato che bisogna ricreare l’ambiente del Fila, ma si può ricrearlo oggi con allenamenti a porte quasi sempre chiuse e con l’avere il settore giovanile in un’altra sede?

“Si può benissimo. Con gli anni si è arrivati a questa situazione, ma si può fare una mediazione fra le due situazioni. Capisco che in questo momento molti allenatori vogliano le porte chiuse, però, conoscendo la metodologia degli allenamenti si fa tattica una volta alla settimana e quel giorno ci possono stare le porte chiuse, ma gli altri mi piacerebbe che fossero aperte in modo che tutti possano essere liberi di gustarsi gli allenamenti. Non è detto che perché il calcio è cambiato non si possa tornare a un concetto di libertà, tifo, passione come c’è stato per tantissimo tempo. Il Torino sta operando molto bene nel settore giovanile e fa allestendo un altro centro solo per i giovani, ma anche al Fila non tutte le squadre giovanili si allenavano lì ai miei tempi, alcune sì ma non tutte, però, la cosa bella e che la riunione tecnica e la partenza per la partita si effettuava dal Filadelfia e quindi c’erano partite da vedere, squadre che s’incrociavano. Era qualche cosa non dico di magico, ma d’importante. Ripeto, credo che possa ritornare a essere così, io ci credo”.

Che cosa ha dato a lei il Filadelfia?

“Il Filadelfia e in generale il Toro mi hanno dato educazione, un talento che si è formato grazie alla possibilità di sfruttare le qualità che avevo, delle emozioni, mi hanno fatto crescere come uomo e come giocatore. Mi hanno dato tanto. Mi ricordo che sono entrato la prima volta al Fila accompagnato da mio padre nel 1974, avevo dieci anni, ero impaurito e … alla fine non ne sono mai uscito”.

Impaurito perché?

“Impaurito perché entravo in un Tempio. Le distanze nel 1974 non erano come adesso ed io arrivavo da Venaria e per andare al Fila dovevo farmi accompagnare, non c’erano come ci sono adesso tanti modi per arrivarci era solo a Torino, ma era comunque distante, un’altra realtà. Entrare in quel cortile e vedere lo stadio per un bambino cresciuto in una famiglia di tifosi del Toro era un sogno e, quindi, quando entrai per mano a mio padre e vedevo tutto grande, enorme. Io ero sicuramente piccolo, ma l’idea che fosse un luogo maestoso nella testa di un bambino lo faceva apparire ancora più grande”.

Quanto il Filadelfia potrà dare al Torino del prossimo anno e poi degli anni futuri?

“Innanzi tutto dà delle strutture eccezionali, per quello che mi è stato riferito e non è poco. Ribadisco, mi piacerebbe rivedere l’ambiente che ho vissuto, che ci fosse la possibilità di essere liberi di andare a vedere gli allenamenti, sempre nel rispetto di norme comportamentali adeguate. Questa libertà, questo via vai che c’era perché chiunque poteva entrare. C’era chi entrava e usciva, chi guardava per dieci minuti l’allenamento e poi andava sul campo adiacente per vedere la Primavera, c’era anche la possibilità di passare del tempo. Era un modo di vivere e mi piacerebbe poter rivivere quest’atmosfera e che si potesse fare come ai miei tempi: di essere a contatto con i tifosi, con gli anziani presenti. Spero che questo possa essere un inizio, non si può volere subito tutto, ma penso che si possa arrivare a ricreare un ambiente del genere”.